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Il nero è più di un colore.

Il nero è ovunque protagonista in tutte le occasioni sia di giorno che la sera.
È elegante, snellisce, è veloce, non è criticabile, non è identificabile con una stagione, dà sicurezza. È il vero passe-partout. Il nero così rilanciato dal movimento anti-borghese per eccellenza, il punk, agli inizi degli anni 80, oggi è diventato simbolo trasversale di tutti. Copiata e divenuta una moda, quella dei punk rimane un’espressione moderata, rispetto a quella dei successivi dark, che rifiutarono qualsiasi mediazione o ironia: se i primi indulgevano nei colori sgargianti dei capelli, stemperando la severità del tutto nero, i dark avrebbero mostrato tutta la loro intransigenza scegliendo solo e unicamente il nero per esprimersi. Qui il nero diventava una ridondanza semiotica, un grido ancora più acuto nel buio. Ma è alla fine degli anni 80 che tutto cambia veramente. Con l’arrivo a Parigi degli stilisti giapponesi, Yamamoto, Miyake, Comme des Garçons, si sarebbe ribaltato e ridefinito il linguaggio di moda, se ne sarebbero smorzati i toni, arricchendolo per sottrazione. Il nero che, malgrado alcuni episodi, era, come già detto, relegato ad alcune occasioni, che andavano dal lutto alla serata importante, o comunque appartenevano a una iconografia circoscritta, assume un nuovo significato e torna a diventare simbolo di eleganza e purezza. Arriva a rappresentare un distinguo tra l’estetica colta e una più ingenua e grossolana, che mette il colore al centro. Tanto che alcune categorie sociali si travestiranno definitivamente, soffocando qualsiasi esuberanza cromatica, e trasformando totalmente il proprio guardaroba, diventando a tratti dei fanatici. Racconta comunque di un’appartenenza che può essere reale o millantata, ma è resa facile esattamente dalla moda, che, ci permette di scegliere tra tante identità possibili. Minimalista o barocco, lineare o frastagliato, il nero è segno di consapevolezza.
Ph: @pointofviyou_photo